Testi Critici

Antonio Rocca

Sonia Giambrone muta dei fogli in diaframmi tra coscienza e mondo. Attorno a grumi di realtà, mani-scarpe-libri-lampioni-elementi topografici, ricostruisce un’interzona abitabile.
Il disegno classico, strumento razionale per delineare ed afferrare, si trasforma in corrente emotiva, gioco d’intensità. La matrice è espressionista, tuttavia al graffio che indaga oltre le viscere delle carne, al segno sintetico che struttura gli enti, Sonia ha sostituito delle linee vibranti che non includono la forma, ma la suggeriscono per empatia.
Lo spazio in sé non esiste, non ha importanza, è una questione per filosofi. Esiste questo mio mondo, che viene disponendosi attorno ad un gesto ripetuto, salvifico. Ecco l’espressionismo, l’esistenzialismo spontaneo della Giambrone. Impugna penna e matita come uno scalpello, per ricavarsi una nicchia in cui poter continuare a resistere la propria esistenza contro l’immotivata durezza del mondo. È uno scavo che non intende rivelare il volto autentico dell’essere, si limita a voler edificare un margine di mondo abitabile per una sensibilità accesa, costretta ad costruirsi un habitat immateriale quanto concreto. Vivo della stessa vita dell’arte.
E come sovente accade, quando di arte si ragiona, la texture materica ha una sua specificità e un suo proprio regime temporale. È più vera, in quanto liberata da incidenti e accidenti, e più fragile.
La pittura s’inscrive nel ritardo tra la violenza del percepire e la disciplina del rappresentare, inchioda – come la farfalla allo spillone – la sensazione dell’attimo che resta a palpitare ed agonizzare, per qualche istante, sotto i nostri occhi. Una durata precaria e tenue e sorprendente. Un piccolo miracolo di equilibrio tra vita e morte: farfalle colorate lanciate contro l’abisso.
Quindi torniamo a noi, a questi elettrici vettori, a queste immagini che sembrano bagnate dall’emozione per perdersi in piccole guaches. Sono superfici popolate di immagini, abissi virtuali. C’è un universo di affetti racchiuso nel filo di uno schermo di carta. Un intero cosmo immaginario, piano di sintesi di mille piani: memorie, aspettative, speranze, illusioni, paure, ferite.
A saper leggere questi coaguli di corpi, questi frammenti di città, queste ombre di colori e linee-vettori di senso, scopriremmo una vita intera dentro una cartellina.

2010

 

Molecole di emozione

di Marco Trulli

Sonia Giambrone è una tra le più giovani e interessanti personalità artistiche del territorio. L’occasione per parlare della sua arte è la piccola ma interessante mostra intitolata “Antologia di segni” che si terrà dal 23 novembre al 10 dicembre a Roma, presso il locale La cicala e la formica. Di origini siciliane ma stabilitasi da anni a Viterbo, l’artista sviluppa inizialmente una figurazione espressionista incentrata sul ritratto come strumento di analisi e comprensione delle sensazioni umane. Il segno risente della tensione, e verte sulla restituzione di uno stato emozionale intenso, mai superficiale. La profondità della tensione di questi lavori è delineata da pochi tratti espressivi che preludono ad una astrazione ormai prossima. L’approdo naturale alla dimensione astratta avviene attraverso l’interesse per il carattere cellulare e neurale del pensiero: da qui il lavoro della Giambrone volge verso una serie di sperimentazioni sull’organizzazione molecolare.
Dalla bidimensionalità all’installazione quindi all’ambiente, la strutturazione emozionale dei lavori di Sonia Giambrone riempie lo spazio dell’intricata leggerezza delle sue forme, attraverso una sapiente miscela di tecniche e materiali diversi. E’ così che gli intarsi, realizzati in moquette piuttosto che in acciaio inox, si coniugano a proiezioni di luce che evidenziano la modellazione dell’assenza di materia. L’opera si dilata allo spazio proiettando in esso le trame di pieni e di vuoti delle forme. L’immateriale, la luce, come luogo del pensiero traspone in una dimensione spaziale ed inafferrabile il segno-materia. Tra fotografia, fumetto e ritratto fugace della realtà, la Giambrone sviluppa anche una sostanziosa produzione di lavori grafici incentrata sulla rappresentazione di situazioni tratte dalla quotidianità, vera e propria antologia di realtà fatte di segni, fulcro della prossima mostra della Giambrone.

Novembre 2007

 

Il limite e la soglia

di Antonio Rocca

L’ostinata ricerca del punto di contatto tra coscienza e mondo, tra materia e spirito, tra io e altro è la meta ambita da Sonia Giambrone. E allora riveste un’importanza secondaria, o quantomeno strumentale, il variare delle tecniche e dei generi. L’artista siciliana ci conduce attraverso l’olio e il computer, il ritratto e l’astratto mantenendo sempre costante la natura unitaria della sua ricerca. C’è poi un’intuizione che s’avanza tra queste opere, è l’idea che il limite sia ad un tempo confine e soglia. Su tale crinale la Giambrone ha tracciato il suo campo.
Compito arduo indagare un luogo relazionale che, come un orizzonte, avanza col procedere della ricerca. Eppure l’obiettivo è sin troppo vicino se l’agognato punto di contatto, nel frammentarsi, diviene corpo e quindi ossessione. Ovunque il medesimo interrogativo.
È enigma la materia che si dispone abbondante, eppure magistralmente orchestrata.
È enigma il corpo che è già altro dall’io, interfaccia assediato o scavato da segni disposti con la ritualità di ancestrali disegni di caccia.
È enigma l’altro che appare giustapposto o separato da un incolmabile divario, l’altro che s’affolla a lato mentre si moltiplica in una coralità minacciosa eppure necessaria.
Dipingere per Sonia Giambrone è atto catartico, condanna e salvezza, comunque bisogno; di qui l’onestà del prodotto sempre autentico, sofferto e sorretto da un fiuto e da una tecnica potente ed educata.
Nello spazio di questa mostra antologica seguiamo la nostra pittrice nel trascorrere da un mondo ancora novecentesco nel topos della maschera, della incomunicabilità, ad esiti attualissimi, con gli ultimi suoi lavori.
Nei suoi liquidi reticoli su plexiglas è scomparso il mito della profondità. Non c’è nulla oltre il corpo che non sia già nel corpo, non c’è abisso nella separazione io-mondo in quanto l’io è nel mondo. La soluzione del binomio risiedeva nell’accettazione del rapporto.
La geometria organica di queste vive reti invera quella sintesi che è stata ragion d’essere di uno studio perseguito negli anni.
L’artista ha escogitato una tecnica inedita, ha cercato nuovi supporti, materiali che non appartengono alla nobiltà, tutta letteraria della tradizione, ma alla verità dell’esistere qui ed oggi. Questi pannelli trafitti o accarezzati da fasci di luce paiono armi forgiate per irretire la preda. Il traguardo è raggiunto: la materia, divenuta lieve, s’apparenta con la luce, è opalescenza colorata.
Con ciò non intendiamo inchiodare una ricerca in divenire al suo esito estremo, ma ci sia concesso di apprezzare ora, nel meriggio della sua estate, l’inaudita e provvisoria forma che il classico, inteso come pacato equilibrio, è venuto ad assumere sotto i nostri occhi.

1 agosto 2005

 

Il lascito poetico dell’informale italiano nell’opera di Sonia Giambrone

di Giorgio Guarnieri

Ci sono percorsi dell’informale europeo del secondo Novecento che conservano ancora oggi intatta la loro fertilità, grazie all’opera creativa di giovani artisti che in questi anni di disinibito ripensamento delle tecniche tradizionali si sentono liberi di ripercorrere con naturalezza l’esperienza informale in una ricerca di ulteriori sfumature di quella freschezza materica e gestuale che la pittura degli anni ’40-’60 aveva saputo trovare nei suoi momenti più autentici.
Il senso più intimo di questa durata dell’informale è il recupero che permette di fare a questi giovani artisti della più lirica e struggente sensibilità individuale. E nella pittura di Sonia Giambrone si avverte immediatamente questa ricerca di passionale accentuazione della sensibilità epidermica: i suoi studi di figura del 2000, sono scritti nel ductus compendiarlo di una tradizione italiana che è maturata con il naturalismo dei pittori di Corrente, mentre le carte dipinte del 2003 sono inquiete registrazioni epidermiche intensamente materiate di ricordi naturalistici, una filigrana di pelle nervi che viene esasperata e mantenuta in vita dall’impasto timbrico acido del rosso e del verde.
Nel passato di queste opere ipersensibili ci sono i lirici dell’informale italiano degli anni ’50, Milani e Santomaso, ma è quel segno struggente e stremato, quel telaio fragilissimo che sostiene l’epidermide dilatata, che rivela la matrice tutta italiana di questa pittura: la scrittura febbrile di Treccani a di Guidi, che all’acuto informale europeo di Bazaine, di Manessier e di Soulages e all’aggressività di Wols opponeva il correttivo di un lirismo poetico più locale, più legato alla figurazione montaliana di De Pisis che non al lascito del tardo Impressionismo francese e dell’Espressionismo.
Oggi l’attenzione della giovane pittrice per l’inquietante materializzazione di un telaio espanso dell’epidermide porta nei lavori più recenti (2004) alla ricerca di un diaframma disteso concretamente nello spazio reale, come avveniva con l’opera di Scheggi, con le superfici dipinte in trasparenza di Accardi, ma anche con le superfici più sensibili e ferite di Consagra.

Roma, 31 luglio 2005